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Riabilitazione di II classe: come avere l’approccio più conservativo (tratto da “Il Dentista Moderno”)

Nonostante le metodiche di prevenzione, la carie rimane una problematica sanitaria importante nei paesi industrializzati. Si tratta di una patologia locale o, meglio, localizzata: si pensi in questo senso a quelle aree della dentatura più difficilmente raggiungibili con spazzolino e filo interdentale e, in generale, più complesse da gestire dal punto di vista igienico. Parlando di filo, si pensi dunque in maniera specifica agli spazi interdentali: Tomar e Reeve (USA 2009) riferivano come, all’età di 21, più della metà dei pazienti riportasse carie o restauri a carico delle superfici interprossimali.

Dal punto di vista clinico, le carie interprossimali presentano criticità sia per quanto riguarda la diagnostica che per quanto concerne la risoluzione susseguente.

La sede interprossimale mal si concilia con la necessità della diagnosi precoce. Qui, più che in altre sedi, è importante ricorrere al bisogno a metodiche additive al sondaggio e all’esame obiettivo in generale. Il clinico ha a disposizione la radiologia – si pensi alla tecnica bitewing – e un numero crescente di metodiche digitali non invasive.

Una volta riconosciuto il quadro di demineralizzazione, poi, il passaggio al trattamento non è necessariamente immediato: in presenza di lesionicariose in fase iniziale, vi è ampio dibattito a proposito del ruolo dell’approccio “wait & see” oppure delle moderne procedure minimamente invasive.

Qualora sia necessario procedere eseguendo un’otturazione vera e propria, è possibile mettere in atto una demolizione considerevole, soprattutto adottando la tecnica che si potrebbe definire classica, la quale prevede il sacrificio dell’intera cresta marginale corrispondente al sito carioso.

II classe: terapia semplice quando la diagnosi è precoce

In conclusione a questa breve trattazione, un cenno a proposito di uno degli aspetti precedentemente elencati, ovvero l’approccio mininvasivo, cioè intermedio non invasivo e invasivo. Nella seconda parte del 2018, Ntovas e Rahiotis hanno pubblicato su British Dental Journal un importante revisione sistematica volta a definire lo stato dell’arte del trattamento di lesioni dello smalto interprossimali mediante infiltrazione con resina, arrivando a proporre un primo abbozzo di linee guida.

La metodica interessa uno strato superficiale inferiore ai 30 μm tra smalto demineralizzato (per esattezza, a livello E2 per quanto riguarda lo smalto o anche D1 – dentina – in assenza di cavitazioni) e sano ed è in grado di arrestare o, quantomeno, di rallentare la progressione cariosa, posticipando così il momento del trattamento invasivo nei pazienti non ad alto rischio. La procedura risulta sempre indicata nel paziente pediatrico, purché condotto nel rispetto del protocollo di adesione (il dente viene comunque sottoposto a mordenzatura). Il trattamento risulta abbinabile a un restauro convenzionale, mentre le evidenze non supportano l’utilità di un eventuale rifacimento.DM_IL-DENTISTA-MODERNO_-RIABILITAZIONE-DI-SECONDA-CLASSE-768x480